Percorso : HOME > Associazione > Settimana agostiniana > Settimana 1997 > Ambrogio e il giovane Agostino

 luigi beretta: AMBROGIO E IL GIOVANE AGOSTINO

 Il battesimo di Agostino

Il battesimo di Agostino

 

 

 

AMBROGIO E IL GIOVANE AGOSTINO

di Luigi Beretta

 

 

 

Rigator et plantator meus

Agostino conobbe personalmente Ambrogio durante il suo soggiorno a Milano fra il 384 e il 387. Per Agostino furono tre anni di straordinaria intensità, dalle molteplici esperienze culturali, spirituali e religiose, condivise o stimolate da uomini di alto profilo in quel secolo. Fra i molti, Ambrogio ebbe sicuramente un ruolo di prima grandezza. Ma fino a che punto si spinse la sua influenza sul giovane Agostino, allora poco più che trentenne ?

Quali furono in realtà i loro rapporti personali ? Nessuna lettera ci è stata conservata fra i due, in nessuna opera Ambrogio parla di Agostino, solo negli scritti di Agostino si rinvengono diverse e significative sottolineature capaci di pennellarci la natura di questo loro incontro. Ma per quanto solo una voce si esprima, la sua schiettezza e la forza di ciò che dice lasciano intuire lo spessore degli interessi che legarono Agostino ad Ambrogio. Un legame dunque che conosciamo dalla sola angolatura di Agostino, dal punto di vista cioè del discepolo nei confronti di colui che considererà sempre suo maestro. Questa relazione univoca nulla toglie tuttavia alla feconda descrizione del loro incontro. E di quale incontro si sia trattato e quali ne siano stati gli effetti Agostino ha piena coscienza, soprattutto in età matura. "Rigator et plantator meus " (Agostino, Lettera 148, 52) scriverà Agostino di Ambrogio in un passo della Lettera 148 indirizzata da Ippona a Fortunaziano verso l'anno 413-414: in tre parole, in tre sole parole, nitide e concise, Agostino esprime realisticamente la figura di Ambrogio come lui l'ha conosciuto, di colui cioè che ha arato e coltivato la sua anima interiore.

Secondo quanto narrano le Confessioni, il loro primo incontro avvenne a Milano, una città che dal 365 era la residenza degli imperatori romani della dinastia Valentiniana. Dal 374 il suo vescovo era il cattolico Ambrogio. In questa città che contava quasi 130.000 abitanti, urbanisticamente imponente, culturalmente e socialmente attiva, politicamente importante, Agostino era arrivato nel 384, su richiesta della corte imperiale, che aveva sollecitato a Simmaco, il prefetto di Roma, l'invio di un maestro di retorica, con trasferimento a carico dello Stato. "Qui incontrai - scrive Agostino - il vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come uno dei migliori e tuo devoto servitore " (Conf. 5, 13, 23).

Probabilmente i magistrati milanesi fecero questa richiesta a Simmaco quando questi si trovava a Milano nel 384 in occasione della celebre petizione che rivolse all'imperatore in favore dei culti pagani. Simmaco, che era stato proconsole d'Africa per qualche anno, cercò di volgere a suo vantaggio l'occasione inviando Agostino, un manicheo che durante il suo soggiorno romano aveva dimostrato di non condividere le opinioni di Ambrogio. La nomina di Agostino a Milano è uno dei famosi episodi che rivelano la recrudescenza della reazione pagana all'indomani della morte tragica di Graziano, la cui politica aveva permesso un'ampia sostituzione delle alte cariche dell'Impero con personalità pagane o non cattoliche.

Gli anni trascorsi da Agostino nella Milano di Ambrogio, fra il 384 e il 387, sono anche un tempo di tragiche tensioni politiche. Dopo l'assassinio del giovane imperatore Graziano nell'estate del 383, in Italia settentrionale si temeva infatti un'invasione di Magno Massimo, l'usurpatore di Treviri, tanto che nell'inverno del 383-384 il vescovo Ambrogio aveva dovuto recarsi come ambasciatore del nuovo imperatore Valentiniano II presso Massimo per trattare la pace, che riuscì a ottenere assieme alla rinuncia di Massimo di scendere in Italia con il suo esercito (Ambrogio, Epistola 30). Per tutto il 386 il conflitto di interessi fra Magno Massimo e Valentiniano II tornò a inasprirsi e dopo una seconda e inefficace legazione di Ambrogio a Treviri, Massimo, con il suo esercito, nel 387 attaccò Valentiniano, occupò l'Italia e costrinse l'imperatore a fuggire a Tessalonica. Contro questa invasione nel 388 intervenne Teodosio, il cui esercito sconfisse e provocò la morte dello stesso Massimo.

Pur muovendosi in uno scenario così drammatico, Agostino non parla mai nelle Confessioni di questi avvenimenti che coinvolsero da vicino Ambrogio, la corte imperiale di Milano e tutta l'Italia settentrionale. In quello che resta il suo capolavoro autobiografico, Agostino non indulge su questi episodi, ma piuttosto preferisce narrare la storia della sua anima. Così non solo gli avvenimenti politici gli restano estranei, ma perfino il drammatico assedio della basilica Porziana o il ritrovamento e la traslazione delle spoglie dei santi martiri Gervaso e Protaso (Conf. 9, 7, 16), che scossero la vita della Chiesa milanese fanno, almeno apparentemente, solo da sfondo. Ebbene in questo contesto, di tutta la realtà milanese sembra che solo Ambrogio, o primariamente Ambrogio, sappia catalizzare il suo vivo interesse. Dagli scritti di Agostino traspare chiaramente che la città di Milano così come gli uomini più attenti alle questioni della cultura, della politica, della spiritualità sono tutt'uno con Ambrogio.

Tra i due nasce un'attrazione fatale contraria a tutte le ragioni che potevano contrapporre ad Ambrogio cinquantenne e vescovo, esponente di spicco della ricca aristocrazia romana che contava, un Agostino, poco più che trentenne, semplice provinciale africano di razza berbera di umili origini.

 

L'influsso di Ambrogio

In questa Milano impregnata dello spirito ambrosiano, Agostino matura la propria adesione alla fede cattolica. Questa "conversione" che progredisce con non pochi tentennamenti per alcuni anni, è un fenomeno complesso, che sicuramente coinvolge molte persone e non può essere incanalato in semplici schemi o ricondotto a una specifica, unica, decisiva influenza. Tuttavia, per ammissione dello stesso Agostino, Ambrogio ha esercitato un ruolo chiave e certamente decisivo nella prima parte del suo itinerario spirituale. Il grande merito di Ambrogio, che Agostino definisce "esperto conoscitore degli insegnamenti cattolici " (Conf. 6, 11, 18) è quello di aver ridato fiducia ad Agostino prospettandogli spazi enormi e possibilità inesplorate di ricerca dopo le deludenti esperienze intellettuali manichee di Cartagine e Roma. "La soavità della sua parola - scrive - mi incantava. Era più dotta, ma meno gioviale e carezzevole di quella di Fausto quanto alla forma; quanto alla sostanza però, nessun paragone era possibile: l'uno si sviava nei tranelli manichei, l'altro, Ambrogio, mostrava la salvezza del mondo nel modo più salutare." (Conf. 5, 13, 23). In queste righe Agostino delinea il suo nuovo stile di ricerca intellettuale che dalla disperazione di non poter comprendere le ragioni del suo esistere e del mondo, passa al desiderio di indagare la realtà con strumenti filosofici più autorevoli e credibili. L'artefice di questo passaggio cruciale è proprio Ambrogio, che con le sue prediche riesce a rimuovere gli ostacoli di una falsa interpretazione delle Sacre Scritture, che ancora legava Agostino al suo scomodo passato di manicheo. "L'esposizione - confessa Agostino - di numerosi passi della Sacra Scrittura secondo il significato spirituale mi mosse ben presto a biasimare almeno la mia sfiducia, per cui avevo creduto del tutto impossibile resistere a che esecrava e derideva la Legge e i Profeti." (Conf. 5, 14, 24)

Su questa questione Agostino ritorna più volte per esprimere che "si convinse sempre più nell'idea che tutti i nodi stretti delle astute calunnie dei miei seduttori manichei a danno dei libri divini, potevano essere sciolti " (Conf. 6, 3,4). Così quando, scostando il velo mistico, Ambrogio scopriva il senso spirituale di passi che alla lettera sembravano insegnare un errore, le sue parole non dispiacciono ad Agostino (Conf. 6, 4, 6) che al contrario si rallegra nel sentir ripetere nei sermoni che Ambrogio teneva al popolo una norma che raccomandava caldamente e cioè "la lettera uccide, ma lo spirito vivifica." (Ambrogio, Expl. ps. 36, 8, 2 e 43, 66, 1; Expos. ps. CXVIII 26, 3 e 36, 2; Expos. ev. Lc. 3, 28; 6, 29; 9, 1 e 9, 37). Anzi, ormai consapevole della nuova prospettiva che gli si dischiude, si convince che "quelle che sembravano assurdità nei libri ecclesiastici, non lo sono più: è possibile intenderle in maniera diversa e degna. Prenderò dunque come appoggio ai miei passi il gradino ove fanciullo mi posero i genitori, finché mi si riveli chiaramente la verità." (Conf. 6, 11, 18).

L'influsso di Ambrogio potè esprimersi organicamente dall'autunno del 384 all'autunno del 385: è in questo periodo infatti che Agostino, dopo aver intuito dalle predicazioni ambrosiane il valore delle scritture cattoliche, abbandona definitivamente il Manicheismo preferendogli il cattolicesimo come una valida ipotesi di vita da sperimentare. "Da allora (seguendo le predicazioni ambrosiane) - scrive infatti Agostino - incominciai a preferire la dottrina cattolica, anche perché la trovavo più equilibrata e assolutamente sincera nel prescrivere una fede senza dimostrazioni, che a volte ci sono, ma non servono per tutti, altre volte non ci sono affatto. Il manicheismo invece prometteva temerariamente una scienza, tanto da irridere la fede, e poi imponeva di credere a un grande numero di cose del tutto assurde dal momento che erano indimostrabili." (Conf. 6, 5, 7)

Questa evoluzione ha del prodigioso ed è sorprendente se si pensa alla causa che la rese possibile. Perché fu l'Agostino retore, l'uomo amante i bei discorsi, ad accostarsi ad Ambrogio, non tanto per trovare la verità, di cui ormai disperava, ma belle parole, curioso di conoscere una celebrata personalità rinomata nell'impero per la sua eloquenza. Grande ne fu il fascino: "Proprio qui, davanti ai nostri occhi, vive quell'uomo, nel quale riconosciamo che sia tornata in vita, e con alta manifestazione, quell'eloquenza che rimpiangevamo estinta." (Soliloquia, 2, 14, 26)

Proprio partendo da questo limitato interesse, Ambrogio riuscì a riconciliare Agostino con la verità, senza deluderlo nelle sue attese estetiche. "Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche - ricorda Agostino - non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore ... La soavità della sua parola m'incantava." (Conf. 5, 13, 23). Uomo di vasta cultura, professionalmente ben preparato all'esercizio della avvocatura, Ambrogio con gli anni aveva certamente affinato le sue qualità oratorie giovanili. l'autorevolezza di cui aveva dato prova già da governatore, lo esaltava ora nella sua nuova carica di vescovo, di uomo capace di persuadere e convincere attraverso la parola. Se Agostino era incantato, Monica "pendeva dalle labbra di Ambrogio, fonte di acqua zampillante per la vita eterna." (Conf. 6, 1, 1) Ma è Marcellina, la sorella di Ambrogio, che meglio di tutti sa chiarire questo aspetto. In una sua lettera a Torquato poco prima del 400 confida che suo fratello Ambrogio non trascurava nulla nella predicazione della Parola di Dio, anzi si ingegnava per rendere il più gradevole possibile l'ascolto dei fedeli. "Il mio santo fratello Ambrogio, di venerata memoria, curava in ogni modo la proclamazione pubblica della scrittura e la predicazione." Per dare adeguato spessore alle capacità oratorie del fratello introduce tra le righe un'ulteriore personale confidenza che riguarda Agostino e i suoi rapporti con Ambrogio. "Non furono pochi - confessa - coloro che, come il santo vescovo Agostino, proprio attraverso la predicazione di Ambrogio ricevettero incoraggiamento alla conversione." Ben oltre la nostalgia, questo ricordo di Marcellina è un esplicito riconoscimento della straordinaria efficacia dell'eloquenza di Ambrogio capace di attirare a sè con le parole l'attenzione degli ascoltatori. E Agostino conferma ciò che Marcellina in fondo dice, poiché egli stesso scriverà che in quel periodo "non badavo dunque a imparare i temi, ma solo ad ascoltare i modi di come parlava ... Pure insieme alle parole, da cui ero attratto, giungevano al mio spirito anche gli argomenti, per cui ero distratto. Non potevo separare gli uni dalle altre, e mentre aprivo il cuore ad accogliere la sua predicazione feconda, vi entrava insieme la verità che predicava, sia pure per gradi. Dapprima incominciai a rendermi conto che anche le sue tesi erano difendibili e ben presto mi convinsi che non era temerario sostenere la fede cattolica, benché fino ad allora fossi stato persuaso che nessun argomento si potesse opporre agli attacchi dei manichei. Ciò fu possibile dopo che udii risolvere via via molti grovigli dell'Antico Testamento, che presi alla lettera, erano dannosi per me." (Conf. 5, 14, 24)

Molte espressioni e numerosi passi dell'Antico Testamento erano scandalose agli occhi non solo di Agostino ma di gran parte dei romani a causa della loro brutalità o dello scarso senso comune. Sulla scia della scuola esegetica alessandrina, Ambrogio ne predicava invece una interpretazione allegorica cercando un sensum altiorem, un senso diverso cioè e tutto spirituale al di là del significato strettamente letterale delle parole. L'intelligente e persuasiva predicazione ambrosiana riesce così a rimuovere gli ostacoli intellettuali di Agostino e, pur senza trionfare immediatamente, introduce i presupposti per un dialettico dibattito interiore, dove la fede cattolica della sua infanzia può riemergere dopo essere stata offuscata dalle teorie manichee. Agostino ha ormai imboccato un itinerario spirituale irreversibile di cui non può prevedere l'esito finale, tuttavia la via tracciata, per quanto ancora tortuosa e irta di asperità. Una prima conseguenza di questo mutato atteggiamento la si incontra poco prima o poco dopo l'arrivo a Milano della madre Monica (Conf. 6, 1, 1) Così nella primavera del 385 Agostino decide di "rimanere come catecumeno nella chiesa cattolica, raccomandatami dai miei genitori, in attesa che si accendesse una luce di certezza su cui dirigere la mia rotta." (Conf. 5, 14, 25) Questa luce ancora una volta ha il volto di Ambrogio, la "stella polare" che indicherà la via ad Agostino nelle tempeste della navigazione in mare aperto (De beata vita 1, 4)

Tra la primavera e l'autunno Agostino ascolta con assiduità la predicazione domenicale di Ambrogio che in questo periodo insisteva sul principio di interpretazione spirituale o allegorica delle Scritture e sosteneva con insistenza l'idea dell'assoluta spiritualità del Dio cristiano e dell'anima. Agostino comprende dai discorsi ambrosiani e dalle conversazioni con Manlio Teodoro che quando si pensa a Dio e all'anima non bisogna pensare a qualcosa di corporeo, il che lo aiuta a scoprire l'inganno manicheo e ad accettare l'autorità della Chiesa. "Ogni domenica - scrive Agostino - lo ascoltavo mentre spiegava rettamente la parola della verità in mezzo al popolo" (Conf. 6, 3, 4)

La predicazione ambrosiana che spiegava che l'uomo è creato a immagine di Dio, non secondo il corpo, ma secondo l'anima, che è spirituale, e i colloqui personali sgretolano le ultime esitazioni di Agostino, che con avidità e diligenza si lancia nella ricerca: "Una grande speranza è spuntata: gli insegnamenti della fede cattolica non sono quali li pensavamo, le nostre accuse erano inconsistenti. I suoi esperti conoscitori reputano un'empietà il credere Dio chiuso nel profilo d'un corpo umano. E noi dubitiamo a bussare perché ci si schiudano altre verità ? " (Conf. 6, 11, 18).

Agostino già nel 386 condividerà questa tesi, ma ad Ambrogio riconoscerà il merito di avergliela indicata per primo. La frequentazione di Ambrogio gli permette non solo di dare nuovi contenuti al suo pensiero, ma pure di migliorare il suo metodo di "far filosofia" cioè di ricercare la verità. Il metodo ambrosiano che consiste nella interpretazione spirituale delle Scritture, non solo gli consente un nuovo approccio ai Sacri Libri, ma lo convince che è possibile avvicinare e anche raggiungere la verità e che la verità rivelata cattolica è comprensibile dalla ragione, purché la ricerca sia condotta con rigore e onestà intellettuale Questa consapevolezza si scontra tuttavia con le difficoltà del dove cercarla e del quando cercarla. Sono difficoltà che Agostino percepisce perché si accorge che "non ha tempo Ambrogio, non abbiamo tempo noi per leggere" (Conf. 6, 11, 18). Agostino è cosciente di avere ancora bisogno di aiuto e lo desidera da chi lo ha pungolato affabilmente, ma non può nascondersi che Ambrogio "dal canto suo ignorava anch'egli le mie tempeste e la fossa ove rischiavo di cadere. Non mi era infatti possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo. Caterve di gente indaffarata si frapponevano tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca." (Conf. 6, 3, 3)

Gli impegni pastorali di Ambrogio purtroppo non gli permettevano quel contatto personale di cui sentiva l'urgente bisogno per sciogliere i suoi dubbi. E poiché Ambrogio non può riservargli tutto il tempo che lui, Agostino, avrebbe desiderato, così lo studio

sistematico delle Scritture avanza tortuosamente. Pur cercando anche altrove risposte ai suoi interrogativi, sarà sempre da Ambrogio che ricaverà i nitidi elementi per conoscere la natura spirituale di Dio e dell'anima, che Agostino scoprì a Milano anche grazie ai discorsi e agli scritti di Manlio Teodoro (De beata vita, 1, 4). Nel De Gen. c. Manich. (1, 17, 28) Agostino farà propri gli insegnamenti di Milano e criticherà rigorosamente le accuse manichee di antropomorfismo divino alla chiesa cattolica: "Secondo l'insegnamento cattolico - scriverà più tardi - se si dice che l'uomo fu fatto a immagine di Dio, lo si dice secondo l'uomo interiore, dove stanno la ragione e l'intelletto." Dopo aver consolidato questa convinzione e sempre grazie al benefico influsso di Ambrogio, nell'inverno 385-386, Agostino approderà infine alle dottrine dell'immutabilità e della incorruttibilità di Dio (Conf. 7, 3, 4) nonché al libero arbitrio dell'uomo (Conf. 7, 3, 5). Con ogni probabilità l'influsso di Ambrogio si rivelò decisivo ancora una volta nella questione relativa al problema del male e la difficoltà di conciliare la sua presenza nel mondo con la bontà di Dio. Ancora nella primavera del 386 "ricercavo - scrive Agostino - febbrilmente quale fosse l'origine del male." (Conf. 7, 7, 11).

E' difficile dire che cosa Agostino abbia udito da Ambrogio in questo periodo. Vi sono però buoni motivi per credere che la predicazione ambrosiana stesse analizzando alcuni temi neoplatonici che ben si confacevano alle questioni che agitavano la mente di Agostino. Già dall'età di Mario Vittorino il neoplatonismo era oggetto di studio dei teologi cristiani che cercavano di assimilare alle dottrine cattoliche il meglio di quella filosofica. Simpliciano fu probabilmente il più efficace propugnatore di questa linea che ebbe a Milano una notevole fortuna tanto da far ipotizzare in questa città l'esistenza di un circolo neoplatonico frequentato da intellettuali e personalità cristiane. Fra la primavera e l'estate del 386 Agostino ha probabilmente l'occasione di accostarsi a questo entourage, che gli offre l'opportunità di conoscere e studiare i testi neoplatonici. Vi fu indirizzato o direttamente da Ambrogio o, grazie a lui, da personalità quali Simpliciano e Manlio Teodoro, due straordinari interpreti della cultura cristiana milanese di cui Ambrogio era il punto di riferimento più alto e più seguito. Ambrogio conosceva bene i testi neoplatonici, anzi ne faceva largo uso nei suoi scritti. E' possibile riconoscere un suo originale contributo nella interpretazione di Plotino che lo portò a identificare il Cristo con il Buono e con il Bello di Plotino (Ambrogio, Epist. 11 a Ireneo). Il ricorso a Plotino e la sua reinterpretazione in chiave cristiana sono il risultato di alcuni studi di Ambrogio, che ampliano le sue precedenti meditazioni su Filone: essi si possono concentrare negli anni 385-387, gli stessi in cui matura la conversione di Agostino.

Oltre ad Ambrogio altri cristiani colti amavano approfondire la lettura delle opere neoplatoniche. Ma sia Ambrogio che Simpliciano, Manlio Teodoro, Ermogeniano, Zenobio e gli altri conoscevano non solo le convergenze ma anche le differenze fra platonismo e cristianesimo. La figura di Cristo era la frontiera di demarcazione ed Agostino comprese subito i limiti del neoplatonismo che non aveva conosciuto il Cristo. Nel contempo la predicazione ambrosiana lo aiuta a capire dove trovare il Cristo vero e cioè nelle Scritture (Conf. 6, 5, 7-8). In ogni caso ad Agostino furono procurati "alcuni libri di filosofi platonici tradotti dal greco in latino" (Conf. 7, 9, 13) che sono forse gli stessi tradotti da Mario Vittorino, e questa provvista non va certo letta come un caso fortuito, quanto piuttosto come uno degli ultimi effetti dell'influsso ambrosiano, capace di fornirgli utili strumenti per risolvere il problema del male. Questo episodio costituisce emblematicamente forse l'anello di congiunzione fra la predicazione ambrosiana e l'influsso personale e quotidiano che su Agostino esercitarono le personalità cristiane milanesi dell'entourage ambrosiano. Da questi incontri, in un ambiente permeato di neoplatonismo, Agostino trarrà importanti insegnamenti, tra cui principalmente l'idea di Dio unico vero essere, l'idea del Verbo consustanziale al Padre, immutabile ed eterno, l'idea di un'anima provvista della natura spirituale di Dio (Conf. 7, 9, 13-15). Nel neoplatonismo Agostino riesce a trovare quei principi metafisici che, da lui approfonditi e chiariti, entreranno a pieno titolo in quella filosofia che sarà sostegno e frutto insieme della fede cristiana fino ai nostri giorni.

In questa nuova prospettiva il ruolo dell'anima diventa determinante e si configura come il luogo irrinunciabile per conoscere Dio e l'uomo, poiché la sua natura spirituale avvicina a Dio, mentre la sua natura materiale la lega a ciò che è diverso da Dio. Agostino si convince che la verità, che tanto desidera trovare, va dunque ricercata nell'uomo e nella sua interiorità spirituale (Conf. 7, 10, 16). Questa importante conclusione che viene dedotta dalla natura del legame, che associa Dio e anima, non era una novità, poiché alcuni sermoni di Ambrogio l'avevano già preannunziata introducendo i concetti di "immagine" e "somiglianza" della Genesi. Agostino, dopo le letture neoplatoniche, la riscopre finalmente comprensibile, come rapporto fra Essere ed esistente e supera tutte le difficoltà sorte riguardo la natura spirituale di Dio, la diversa natura degli esseri creati e la presenza del male nella creazione. La predicazione ambrosiana ha ormai definitivamente vinto le ultime difficoltà che Agostino frapponeva alla sua adesione alla dottrina e alla fede cattolica. Abbandonato l'insegnamento presso la scuola imperiale, poco prima di immergersi nella quiete di Cassiciaco, nella villa dell'amico milanese Verecondo, "con una lettera - ricorda Agostino rivolgendosi a Dio - informai il tuo vescovo, il santo Ambrogio, dei miei errori passati e della mia intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi libri che più mi conveniva leggere per meglio prepararmi e dispormi a ricevere il battesimo. Mi prescrisse la lettura del profeta Isaia, credo perché fra tutti è quello che più chiaramente preannunzia il Vangelo e la chiamata delle genti." (Con. 9, 5, 13)

In un commento a Isaia, oggi perduto, cui fa cenno lo stesso Ambrogio nella sua opera Expositio in Lucam (2, 56), Agostino trovò "i disegni profondi che Dio forma per la salvezza del genere umano" (Conf. 9, 6, 14), dove l'ottimismo ambrosiano scriveva: "Nessuno si perda di fiducia, nessuno disperi delle divine ricompense, anche se lo mordono gli antichi peccati. Dio sa mutar parere, se tu sai emendare la colpa." (Exp. in Lc. 2, 33)

Ritornato a Milano nella primavera del 387, Agostino potrà ancora accostarsi alla parola di Ambrogio nella preparazione che lo stesso vescovo teneva per i catecumeni nella settimana santa. Ormai Agostino è pronto e nella notte di Pasqua del 387 sarà proprio Ambrogio, il santo vescovo di Milano a battezzarlo e a conquistarlo alla cristianità e all'umanità intera.

 

Gli incontri personali

L'opinione più diffusa tra gli studiosi, anzi la sola, ritiene che Ambrogio esercitò una grande influenza nella conversione di Agostino ma non con i contatti personali, che sarebbero stati pochi e brevi, bensì con la predicazione che Agostino seguì ogni domenica con assiduità subito dopo il suo arrivo a Milano. Questa netta e incontrastata opinione, che viene continuamente ribadita anche negli studi più recenti, va forse un poco attenuata poiché in realtà i due ebbero per vari motivi la possibilità di incontrarsi in varie e numerose occasioni. Il loro primo incontro probabilmente consistette in una visita di cortesia che Agostino, appena giunto a Milano, rese ad Ambrogio in qualità di nuovo maestro di retorica presso la corte imperiale (Conf. 5, 13, 23). Già allora, nonostante la relativamente giovane età, Agostino non era un uomo che potesse passare inosservato e ciò per due motivi: primo, perché era un funzionario pubblico presso la corte imperiale, secondo, perché quella carica gli era stata procurata da Simmaco, il potente prefetto pagano di Roma ben conosciuto da Ambrogio. La carica pubblica ricoperta da Agostino a Milano era inoltre di tutto rispetto: sarà a lui infatti che verrà affidato l'incarico di esprimere con un discorso un pubblico elogio dell'imperatore Valentiniano II (Conf. 6, 6, 9), probabilmente in occasione del decennale di regno del sovrano il 22 novembre del 385. Non si può escludere che in tale occasione fosse presente lo stesso Ambrogio.

Ricordando quel loro primo incontro, alla luce di quanto sarebbe poi accaduto, Agostino usa due espressioni molto significative che già di per sè la dicono lunga sulla natura del loro rapporto. "Suscepit me paterne ille homo Dei ...": mi accolse come un padre quell'uomo di Dio, scrive Agostino, e poco oltre aggiunge "eum amare coepi ... non tamquam doctorem ... sed tamquam hominem benignum in me ...", lo amai non tanto come maestro ... ma come uomo benevolo verso di me (Conf. 5, 13, 23). Questi due sentimenti, la paternità e la benevolenza, non possono prescindere da una solida reciproca conoscenza personale. Questo rapporto deve essersi articolato variamente nel tempo e nelle forme, oscillando tra l'ascolto assiduo della predicazione, il rapido colloquio o un frettoloso incontro casuale, lo scambio di lettere, l'esperienza del catecumenato. Gli incontri, per quanto fugaci, erano forse più una regola che l'eccezione: "Saepe erumperet, cum me videret, in eius praedicationem, gratulans mihi, quod tale matrem haberem" ricorda Agostino a proposito della madre: "spesso Ambrogio, incontrandomi, nei suoi discorsi si congratulava con me per la madre che avevo."

I due dunque si conoscevano e si incontravano, probabilmente dopo le prediche o in altra occasione, e l'argomento dei discorsi cadeva spesso su Monica e sulla sua fede di brava cristiana, anche se è difficile pensare che due persone di tale levatura si limitassero ad un argomento così formale. Nondimeno la differenza di età, di rango e i reciproci impegni possono aver rappresentato, almeno nei primi periodi, ragionevoli ostacoli ad una frequentazione abituale e più profonda. Il tempo deve aver giocato un ruolo fondamentale e certamente non si può non convenire che l'amicizia e i sentimenti di riconoscenza che Agostino nutrì verso Ambrogio non nacquero nulla o da un rapporto puramente formale, ma ebbero necessariamente bisogno di tempo per maturare.

E così quando si analizzano più nel dettaglio i rapporti fra Ambrogio ed Agostino siamo costretti ad ammettere che non possono essere visti staticamente, ma, come ogni relazione fra persone, piuttosto in evoluzione, proprio come in evoluzione erano la mente e lo spirito di Agostino in quegli anni trascorsi a Milano. Non è difficile scoprirne i passaggi fondamentali: all'inizio Agostino ha un atteggiamento un po' formale e distaccato, ma ben presto cambia psicologicamente e si gonfia di aspettative, che a poco a poco placa sotto l'influsso degli insegnamenti ambrosiani. Il desiderio non appagato di approfondire e discutere come vorrebbe con Ambrogio le questioni che lo tormentano, sembra allontanarlo dal vescovo. Ma è l'ambiente milanese, sono gli uomini della chiesa locale, le esperienze forti che essa sa esprimere, a ricondurlo ad Ambrogio, perché da Ambrogio dipendono e in Ambrogio riflettono il proprio sereno equilibrio. Così alla fine Agostino ha piena consapevolezza della sua amicizia verso Ambrogio, si informa dei suoi monasteri, frequenta i suoi collaboratori, gli scrive, è attento e loda la sua dottrina e le sue ferme prese di posizione in campo religioso e sociale. Le Confessioni ci offrono utilissime conferme a questo quadro. Nel 383-384 quando si trasferisce a Milano, Agostino conosce già Ambrogio se non altro per la fama che lo circonda ed è questo alone di notorietà che lo stimola, ma in modo del tutto formale tanto da tenere fermo il proposito di frequentare assiduamente le sue prediche solo per sincerarsi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva (Conf. 5, 13, 23). Ascoltando Ambrogio, Agostino incomincia a cambiare (Conf. 5, 14, 24) e decide di confermarsi catecumeno (Conf. 5, 14, 25), ma è soprattutto con l'arrivo di Monica, che lo raggiunge a Milano, che gli eventi assumono un ritmo incalzante e con essi i rapporti con Ambrogio. Monica infatti, da cristiana praticante, aveva cercato subito di integrarsi nella comunità ambrosiana milanese. Ricorda Agostino che ella "correva anche in chiesa, dove pendeva dalle labbra di Ambrogio ... che amava come un angelo di Dio, dopo che aveva saputo che merito suo io ondeggiavo almeno nel dubbio." (Conf. 6, 1, 1)

Monica seguiva scrupolosamente le esortazioni di Ambrogio, come dimostra la sua rinuncia alle proprie abitudini africane di festeggiare i martiri nei cimiteri (Conf. 6, 2, 2), ma soprattutto lo conosceva personalmente, poiché da buona madre premurosa gli aveva sottoposto il caso pietoso di suo figlio Agostino. Così mentre Monica amava Ambrogio a motivo della salvezza del figlio, a sua volta Ambrogio amava Monica per la sua vita religiosissima e per il fervore con cui frequentava la chiesa. Tanto che Ambrogio non può esimersi dal tesserne le lodi e felicitarsi con lo stesso Agostino più di una volta, anzi ogni volta che si incontravano. Ma nonostante queste occasioni i rapporti tra i due restano ancora ad un livello troppo informale e non toccano alla radice le problematiche del giovane Agostino. Amaramente egli scrive che Ambrogio ignorava quale figlio avesse Monica, "dubbioso di tutto e convinto dell'impossibilità di trovare la via della verità." (Conf. 6, 2, 2)

In questo periodo, che possiamo fissare all'anno 385, Agostino sente la personalità di Ambrogio ma la percepisce ancora lontana da sè perché nessuno dei due conosce i problemi dell'altro. Per Agostino Ambrogio è ancora solo un uomo famoso di cui non riesce a comprendere il valore del celibato che praticava. "Delle speranze invece che coltivava - scrive Agostino - delle lotte che sosteneva contro le tentazioni della sua stessa grandezza, delle consolazioni che trovava nell'avversità, delle gioie che assaporava nel ruminare il tuo pane entro la bocca nascosta del suo cuore, di tutto ciò non potevo avere nè idea nè esperienza. Dal canto suo ignorava anch'egli le mie tempeste e la fossa ove rischiavo di cadere." (Conf. 6, 3, 3)

E' qui esattamente fotografata nella sua schietta nudità l'impasse che blocca i rapporti tra i due, che pur si conoscono, ma non dialogano a sufficienza. Questo disagio scatena in Agostino un senso di attesa piena di aspettative e di desideri di conferma nei confronti di Ambrogio. Dolorosamente Agostino è costretto ad ammettere che non "mi era possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo. Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell'angustia, si frapponeva tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca." (Conf. 6, 3, 3)

Quantunque si rechi in episcopio, Agostino non riesce ad avvicinare Ambrogio nei tempi e nei modi che desidera: "Certo è che non mi era possibile interrogarlo, interrogare il suo cuore, su quanto mi premeva se non su cose brevi da trattare o ascoltare. Invece i problemi della mia anima esigevano di trovarlo disponibile più a lungo per parlane, ma non era possibile." (Conf. 6, 3, 4))

Così ascolta avidamente Ambrogio quando predica in mezzo al popolo per trovare risposte all'inquietudine delle sue domande (Conf. 6, 4, 6). In questa fase Agostino matura con la mente e con il cuore quella che abitualmente viene chiamata la sua conversione. In realtà si tratta di una serie di conquiste intellettuali di grande ampiezza e profondità dove il ruolo svolto da Ambrogio si amplia dalle sole prediche al contatto sia personale che attraverso i suoi collaboratori e si intreccia con l'aiuto che nello stesso tempo viene offerto ad Agostino dagli amici della sua comunità africana. "Non ha tempo Ambrogio - ripete Agostino disperatamente - non abbiamo tempo noi per leggere, e poi, anche i libri dove cercarli ? da chi e quando ottenerli, a chi chiederli? " (Conf. 6, 11, 18) Quali sono questi libri che Agostino cerca ? Certo sono libri che possono aiutarlo ad avvicinarsi o a comprendere più a fondo la dottrina cattolica e noi sappiamo che in questo periodo legge avidamente le opere dei neoplatonici e poi le Lettere di san Paolo. Chi gliele fornisce è probabilmente un membro di spicco della chiesa milanese, preparato e disponibile: certamente non è un caso che Agostino dedichi buona parte del libro IX alla descrizione della visita a Simpliciano, l'amico fraterno del retore romano Mario Vittorino che aveva tradotto a Roma le opere di Plotino e dei neoplatonici. Non è neppure un caso che Agostino, dopo averlo definito sicuro maestro, lo ricordi come "padre per la grazia, che aveva ricavato da lui, del vescovo di allora Ambrogio e amato da Ambrogio come un padre." (Conf. 6, 2, 3)

Che vi sia stato indirizzato dallo stesso Ambrogio ? Certo è che in ogni caso gli ambienti in cui Agostino si muove e le persone che contatta rimandano sempre alla comunità della chiesa milanese e in ultima analisi alla persona di Ambrogio su cui questa si era venuta modellando. Ineluttabilmente le sue ricerche, le sue letture, le sue esperienze lo conducono ad Ambrogio. Tra le molte vi sono due questioni decisive per Agostino sulle quali aleggia l'ombra della personalità di Ambrogio: la vita monacale, di cui Agostino

conosce l'esistenza in un monastero fuori le mura di Milano, "popolato da buoni fratelli con la pastura di Ambrogio" (Conf. 8, 6, 15), dove si applica uno stile alquanto diverso dalla vita in comune progettata con Romaniano (Conf. 6, 14, 24) e il problema della verginità e del celibato, che confluiranno nella esperienza di Cassiciaco.

Questo tipo di esperienza di vita monacale affascinerà Agostino a tal punto che non se ne distaccherà più per tutta la vita. A rus Cassiciacum, l'attuale Cassago Brianza, il grande retore africano, ormai cristiano, gusterà la prima fragranza della vita comunitaria che svilupperà nella sua Africa lasciando alla Chiesa, come scrive Possidio "clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori." (Possidio, Gesta Augustini, 31, 8)

Amante dei piaceri carnali, che non riusciva a placare, Agostino finalmente è costretto ad ammettere il celibato, in un primo tempo come un valore necessario per conseguire il bene delle filosofia (Conf. 6, 12, 21-22), ma alla fine accetta la posizione ambrosiana di valore assoluto per vivere coerentemente l'esperienza cristiana. Ormai questa lunga marcia di avvicinamento ad Ambrogio sta per concludersi e non si frappongono più ostacoli ad un incontro a cuori aperti, perché Agostino è risoluto nella decisione di ricevere il battesimo o lo potrà ricevere solo con il consenso di Ambrogio.

E' forse dell'estate 386 il primo contatto, come Agostino desiderava, e di poco dopo la risposta personale: "con una lettera - scrive Agostino - informai il tuo vescovo, il santo Ambrogio dei miei errori passati e della mia intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi Libri che più mi conveniva leggere ... dei gentili." (Conf. 9, 5, 13)

Il contenuto di queste due lettere purtroppo è sconosciuto, così come resta sconosciuto ciò che accadde nel corso di preparazione al battesimo che Agostino seguì per alcuni mesi con Ambrogio. Tuttavia possiamo immaginarne l'intensità da quanto poi scrisse Agostino. Plantator et rigator meus, ma non solo: Ambrogio è anche l'uomo della provvidenza, è l'uomo di Dio per la comunità cristiana nei momenti difficili (Conf. 9, 7, 15), è l'uomo che sa consolare Agostino nel giorno tragicamente doloroso della morte della madre, quando solo, nel suo letto, gli ritornano alla mente i versi dell'Inno quarto di Ambrogio Deus creator omnium (Conf. 9, 12, 32).

 

L'eterna riconoscenza verso Ambrogio

La fecondità di quell'incontro, che fu anche e segnatamente personale, affascinò costantemente Agostino che non tralasciò occasione per affermarlo con vigore, soprattutto quando voleva esprimere durante le controversie dottrinali le fonti autorevoli che lo avevano forgiato.

Il ricordo di Ambrogio accompagnerà Agostino per tutta la vita. Lo ricorderà nelle Confessioni, lo ricorderà in vari Discorsi e in alcune sue Lettere, principalmente quella indirizzata a Paolina (Lettera a Paolina, 147, 23, 52). Poco dopo la morte di Ambrogio Agostino chiederà esplicitamente a Paolino, che si era trasferito in Africa, di scrivere una Vita del santo vescovo di Milano.

Qualche anno dopo nel bel mezzo della polemica pelagiana confesserà apertamente di essere stato generato da Ambrogio con l'ascolto delle sue omelie sul Vangelo di Luca (Contra Iulianum Pelagianum 1, 3, 10). "Ti racconto di un altro testimone di Dio - scrive Agostino - che io venero come un padre, per mezzo del Vangelo mi generò in Cristo e per mezzo del suo servo ricevetti il battesimo che dà vita. Parlo del beato Ambrogio, io stesso ho sperimentato il suo amore per la fede, la costanza, i pericoli, le fatiche. Tutto il mondo romano, con me, non esita a esaltarlo." (Contra Iulianum 1, 3, 10)

Ancora nel 429-430 alle soglie della morte, Agostino richiamerà con forza Ambrogio in una sua disputa con Giuliano di Eclano, che lo accusava di avere inventato il peccato originale: "No - rispondeva Agostino - il peccato originale non l'ho inventato io ... Mio maestro in questo è Ambrogio, che non solo ho letto, ma ho sentito parlare e ho avuto come sacerdote del mio battesimo; sono ben lontano dal paragonarmi a lui, ma sostengo che nella dottrina sul peccato originale non mi sono scostato dal suo insegnamento."

Agostino è forse il dono più prezioso che Ambrogio ha consegnato alla Chiesa: lo stesso Agostino lo capì e non dimenticò mai i benefici ricevuti da quest'uomo che ebbe la pazienza di aspettarlo e di condurlo per mano verso l'eterno.