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 2008: festa di sajopp

Un gruppo di persone curiosano davanti ai cavalè e ai bachi da seta

Davanti ai cavalè e ai bachi da seta

 

Festa di Sajopp

GIOVEDI 8  -  DOMENICA 11 MAGGIO 2007

 

 

L'Associazione ha partecipato alla organizzazione di alcuni eventi culturali nell'ambito della manifestazione nota come Festa di Sajòpp o di san Giobbe, che si svolge all'ombra del Sepolcreto Visconti sotto la guida della neocostituita Associazione Amici di Sajòpp.

 

 

Nella giornata di domenica, bersagliata da un maltempo che ha fatto fuggire molti visitatori, è stato offerto il consueto servizio guide con depliant illustrativo. Si è svolto l'incontro con l'autore prof. Gianluca Alzati ha permesso alle migliaia di visitatori di conoscere ed apprezzare meglio l'origine, il senso e lo scopo del suo secondo romanzo per ragazzi adolescenti che ha come luogo privilegiato di sviluppo della storia nel vecchio castello dei duchi Pirovano-Visconti di Modrone.

 

Uno stand con la ricerca condotta presso l'Archivio Visconti dalla dott. sa Gloria Camesasca ha cercato di approfondire i disegni preparatori e la storia del progetto del Sepolcreto, opera dell'architetto ingegnere Giovanni Ceruti.

Nella stessa giornata è stato presentato un nuovo dolce, chiamato cavalè, a ricordo dei bachi da seta, di cui ne riproduceva la forma e le sembianze. Di bell'aspetto e appetitoso al palato ha avuto un ottimo successo fra i visitatori.

 

APPROFONDIMENTO

DOLCE CAVALE'

La leggenda dei dolci di San Giobbe

 

 

 

 

 

TESTO DELLA BROCHURE

 

 

TREMONCINO: DIECI SECOLI DI STORIA DA S. SALVATORE ALLA FESTA DI SAJOPP

 

Con i primi tepori primaverili di maggio che aprivano la lunga stagione dei lavori agricoli, a Tremoncino si celebrava la festa di Sajòpp, una vera e propria fiera di campagna. Il 10 maggio era anche l'occasione per benedire nella chiesa di san Salvatore i cavalè, i preziosi bachi da seta, invocando l'aiuto di san Giobbe, o Sajòpp, il loro protettore.

 

Il colle e la chiesa di San Salvatore (XII secolo)

"Septima decima petia est campus dicitur suto sancto Salvatore": il diciassettesimo appezzamento è un campo che si chiama sotto san Salvatore, così testimonia una antica pergamena del XII secolo (la n. 4487 presso la Biblioteca Ambrosiana) , dove troviamo un lungo elenco di 23 appezzamenti terrieri di Cassago che appartenevano al monastero di Pontida. Questa citazione della località di san Salvatore a Tremoncino è la prima che si conosca a tutt'oggi.

Citazione di sancto Salvatore nella pergamena 4487 del XII secolo

Citazione di sancto Salvatore nella pergamena 4487 del XII secolo

Da questa "breve recordationis de terra sancti iacobi de pontida in cassciago" veniamo anche a sapere "et quam terra fuit de heredibus iohannis de rotenate et quam fuit aquisitam a nigro de quarto", cioè erano terre appartenute a Giovanni da Renate ed ai suoi eredi che le avevano vendute a Nigro de Quarto, procuratore del monastero di Pontida (cfr. Pasquale Cattaneo, Da "Rus Cassiciacum a Cassago Brianza", Besana).

 

GOFFREDO DA BUSSERO (XIII secolo)

La chiesa di san Salvatore a Tremoncino viene citata una seconda volta da Goffredo da Bussero nel suo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani quando elenca le chiese che esistevano a Cassago, Oriano e Tremoncino sul finire del XIII secolo. Il sacerdote milanese ne ricorda quattro, fra cui san Salvatore:

- RECORDATIO ECCLESIARUM SANCTAE BRIGIDAE 57B: Item in loco casiago de masalia.

- MEMORIA ECCLESIARUM ET ALTARIORUM SANCTI GREGORII 151C: Orliano ecclesia sancti gregorii.

- MEMORIA ECCLESIARUM SANCTE DEI GENITRICIS MARIE 257A: Cassago. ecclesia sancte marie.

- MEMORIA ECCLESIARUM ET ALTARIORUM SANCTI SALVATORIS 338B: in plebe Alliate. loco tornago ecclesia sancti Salvatoris.

 

La chiesa di Tremoncino era già allora dedicata a san Salvatore, una titolazione abbastanza diffusa in Lombardia che rimanda all'età longobarda: una analoga e interessante dedicazione la scopriamo a qualche Km con la omonima Canonica a Barzanò, costruita in stile romanico. Goffredo da Bussero cita la chiesa di san Salvatore in territorio di Tornago, nella pieve di Agliate: o è un errore o, forse, la sua testimonianza segnala che nel XIII secolo esisteva fra le comunità rurali di Renate e Cassago una organizzazione territoriale diversa dall'attuale. Dell'antica chiesa di san Salvatore, verosimilmente una piccola plebana rurale, della sua architettura, della sua origine si hanno ben poche notizie. Si ha motivo di credere che la zona fosse ben frequentata dai contadini del luogo e che la chiesetta fosse una specie di un polo d'attrazione sociale e commerciale, poiché nel viale antistante, durante la festa di Sajòpp, il 10 maggio, si svolgevano il mercato e le fiere paesane, per lo più con la vendita di bestiame, attrezzi agricoli e generi alimentari.

Angioletto decorativo nel progetto neoclassico di Chierichetti

Angiolo decorativo nel progetto neoclassico di Clerichetti

Si tramanda che nel Trecento, nel terribile periodo della peste, nei prati circondanti l'edificio, si prese la consuetudine di seppellire coloro che perirono di questo male. La visita ai morti si trasmise da una generazione all'altra tanto fino a oltre metà Ottocento ci furono dei veri e propri pellegrinaggi stagionali per pregare questi morti al fine di scongiurare ulteriori drammatiche pestilenze che periodicamente affliggevano i territori brianzoli. Quando, a fine Ottocento, i Visconti decisero di erigere sul colle di san Salvatore il loro Sepolcreto, fecero riesumare i resti dei corpi di questi morti, le cui ossa si possono ancora oggi ammirare nelle due nicchie ai due lati dell'ingresso della cripta (incastonati sotto le scritte latine Pax Vobiscum e Requiem Aeternam), una sorta di legame fra il nuovo edificio e l'antica tradizione di devozione ai morti di cui godeva il sacro luogo di San Salvatore. Questa destinazione a Sepolcreto della chiesa, con il lungo e maestoso viale di cipressi che lentamente sale al colle in una impareggiabile visione fra cielo e terra, finisce per consolidare solennemente l'antica abitudine di usare l'area come luogo di sepoltura.

I Visconti a metà Settecento avevano ricevuto il colle e la chiesetta in eredità dai Pirovano, una nobile famiglia che risiedeva a Cassago dal primo Cinquecento. I Pirovano ne avevano acquisito la proprietà acquistando tutta l'area nel primo Seicento probabilmente dai De Sapis, ricchi possidenti terrieri di Tremoncino, una delle famiglie medioevali più ricche del luogo. I Pirovano tuttavia pare abbiano tenuto in gran considerazione la chiesetta, che abbandonarono al suo destino, trascurando di eseguire i lavori necessari per la sua conservazione in buono stato.

 

Visita pastorale di san Carlo (1571)

Dopo 300 anni dalle ultime notizie medioevali del Bussero, riscopriamo questa chiesetta il 20 agosto 1571 quando, in occasione della prima Visita Pastorale di san Carlo Borromeo a Cassago, Monsignor Fabrizio Piscina si recò a Tremoncino per rendersi conto dello stato in cui versava la chiesa di S. Salvatore. Questa visita attesta che l'edificio sacro, ormai in una condizione drammatica di abbandono, era ormai sotto la giurisdizione di Cassago, come si evince anche dalla relazione che scrisse: "Vi è sotto la cura di Sancto Jacomo et brigida di casagho una chiesa chiamata sancto Salvatore la quale è in cima un monticello da una banda boscho da l'altra Roncho, dirutta senza altare non ha su il tetto e caschava una gran parte della muraia, et non ha reddito nè beni alcuni. Ne l'anno 1571 adi 20 agosto fu visitata dal Reverendo Fabritio Piscina nella visita che si fece a Cassagho dall'Illustrissimo et Reverendissimo monsignor cardinale ma de detta visita non s'è mai visto ordinatione per lo si adimandato provisione che cosa se debba fare con questa chiesa."

Nel 1571 la chiesa versava dunque in pessime condizioni, ma san Carlo non prese provvedimenti, perché l'edificio era una proprietà privata, forse già proprietà della nobile famiglia dei marchesi Pirovano, che possedevano anche il castello di Cassago. Gli stessi Pirovano assolvevano ogni anno il legato Zappa che prevedeva la distribuzione ai poveri di alcune staia di pane in occasione della festa della chiesa. Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento il ramo cadetto dei Pirovano si estinse e tutti i loro possedimenti, compreso il colle e la chiesetta di san Salvatore, entrarono a far parte dell'asse ereditario dei Duchi Visconti di Modrone.

 

Le origini della festa di Sajòpp: il legato Zappa

La chiesa di san Salvatore fu il luogo dove è stato assolto dal Cinquecento in poi il legato Zappa. Zappa in realtà è il cognome italianizzato della famiglia De Sapis che aveva la sua roccaforte proprio a Tremoncino. Si trattava sicuramente di facoltosi possidenti, che avevano terre a Cassago ma anche nei paesi vicini. Nel 1456 Magister Iacobus de Sapis pagava più tasse dell'intera comunità di Cassago. Chi istituì il legato Zappa ? Molto probabilmente furono Petrus e Ambrosius de Sappis che, separatamente, il primo l'8 maggio 1546, il secondo il 28 aprile 1547, con atto notarile lasciarono alcuni beni per far celebrare messe a loro favore assieme alla distribuzione di pane ai poveri. I loro testamenti furono rogati dai notai Tommaso e Giovan Battista de Isacchi di Milano in un periodo che vedeva riaffiorare rigurgiti di peste. Pochi anni dopo, finita la terribile pestilenza manzoniana del 1630, il legato incominciò ad essere onorato dai nobili Pirovano, che avevano acquistato terreni e case a Tremoncino, fra cui lo stesso colle dove sorgeva la chiesa, proprio dai De Sapis con la clausola di mantenere nel tempo il legato degli avi.

 

"Sajopp sui cavalee"

Attorno alla chiesa di san Salvatore a Tremoncino si è sviluppata nei secoli scorsi una devozione a San Giobbe legata a doppio filo alla coltivazione dei bachi da seta e alla tradizionale fiera contadina che lì si svolgeva. Durante la festa di san Giobbe, il 10 maggio, venivano benedette le cosiddette "Maestà”, cioè delle immagini sacre che sarebbero state affisse nelle case contadine a protezione della coltivazione dei bachi da seta. Proprio lui, san Giobbe, era infatti invocato a protezione dei cavalé e dei bigàtt, cioè di quei preziosi bachi da seta e dei loro bozzoli che, dopo un duro ed estenuante lavoro pieno di sacrifici (le camere più belle e arieggiate della casa del contadino diventavano il luogo di allevamento dei bruchi!) permetteva ai contadini di ottenere delle entrate importanti in un'epoca in cui la vita nelle campagne era difficile. A Cassago le prime vendite di bozzoli o cavalé risalgono al Cinquecento.

Progetto ottocentesco neoclassico di un Ossario dell'arch. Chierichetti (Archivio Visconti)

Progetto ottocentesco neoclassico di un Ossario dell'arch. Clerichetti (Archivio Visconti)

Probabilmente già allora il santo veniva invocato, come lo invocavano migliaia di contadini di tutta Italia, dalla Lombardia alla Calabria, dalla Toscana al Veneto. Questo culto arrivava da lontano e precisamente dalla Palestina dove una rilettura dei racconti biblici in età medioevale, lo diffonde dapprima nel mondo pan arabo, poi in quello iranico e infine, attraverso Venezia e il mondo greco, anche in Italia. Non è noto quando sia iniziato questo genere di attività nelle nostra campagne brianzole, ma nella seconda metà del Seicento era sicuramente già molto fiorente, ma un tempo fu sicuramente una coltura assai sfruttata e certamente diffusa, (si pensi solo all'esempio di Como, e alla fama delle sue industrie seriche), coltivazione che, si racconta, fosse stata incoraggiata ai tempi di Ludovico il Moro, tanto che la pianta del gelso, delle cui foglie si nutrono i bachi, in lingua dialettale in alcune zone veniva chiamata Moroni.

 

 

Le elemosine

Nel 1831 il parroco Michele Castelli (1809-1847) fece una supplica al duca Visconti perché provvedesse alla pittura della chiesa, perché era molto frequentata grazie alla diffusione della benedizione delle uova del baco da seta e delle Maestà, immagini di santi che avrebbero vegliato sulla loro buona crescita. Cassago era un paese ad economia agricola, le famiglie erano 125 e gli abitanti circa 900. Nel 1839 il parroco avviò addirittura una causa davanti al cardinale di Milano Gaisruck perché tutelasse la sua parrocchia nella riscossione delle elemosine di S. Salvatore, dato che venivano sistematicamente prelevate dai nobili Visconti. Questo episodio causò un progressivo allontanamento dalla gente da san Salvatore dato che veniva limitato l'accesso alla chiesa che era stata recintata come una proprietà privata.

Di conseguenza la devozione andò estinguendosi anche perchè gli ossari dei morti furono compresi nelle proprietà Visconti. La devozione funebre popolare si spostò a poco a poco verso i Morti del Busàn in parrocchia di Bulciago. Quando a fine Ottocento la chiesa fu abbattuta per costruirvi sopra l'attuale Sepolcreto, gli ossari furono compresi definitivamente nel muro di cinta e la tradizionale frequentazione del luogo andò svanendo. Si eclissò così malinconicamente una devozione che in altri tempi era, come testimoniano i parroci dell'Ottocento, un via vai continuo, anche di notte. Nonostante tutto, la devozione non ha perso la sua vitalità e ancora oggi, sia pure in forme molto blande, resiste nella popolazione locale e nei paesi viciniori.

 

Mappa di Cassago del 1855 con la strada comunale che porta alla chiesa di San Salvatore

Mappa di Cassago del 1855 con la strada comunale che porta alla chiesa di San Salvatore

 

Il Sepolcreto dei Visconti di Modrone

Dopo le questioni insorte a metà Ottocento con la parrocchia circa l'uso religioso di questo luogo sacro legato a pellegrinaggi e alla devozione popolare per i morti della peste, all'edificio medioevale i Visconti sostituirono il moderno Sepolcreto, costruito su progetto dell'architetto Giovanni Ceruti che lo ideò fra il 1884-1887. Di sicuro nel 1890 era già concluso perchè fu consacrato e benedetto ufficialmente a novembre di quell'anno. Il progetto iniziale forse prevedeva un altro genere di architettura. Infatti, Ignazio Cantù nelle Memorie storiche del regno Lombardo-Veneto, pubblicate nel 1837, afferma che in quegli anni si stava costruendo un monumento sepolcrale su disegno dell'architetto Clerichetti.

Scrive Cantù: "Uscendo da Barzanò, dalla parte d'occidente, si arriva ad un trivio d'onde, prendendo la strada più ascendente, costrutta nel 1826, si sale a Cremella, ove i Kramer possiedono un giardino all'inglese, e nel già convento delle monache, fondato dalla regina Teodolinda, hanno una fabbrica di cotone. Di là si progredisce a Cassago, che molti pretendono sia il Cassiciaco, dove si ritirò Sant'Agostino presso Verecondo grammatico, mentre si preparava al battesimo. Qui merita di essere veduto il vasto Palazzo Pirovano-Visconti e la chiesa decorata dai recenti affreschi di Carlo Ronchi. Oh se io fossi, senza danno d'alcuno possessore del Baciolago ! sclamai la prima volta che mi venne veduta questa deliziosissima collina poco discosta da Cassago, coi suoi viali a chiocciola, colla sua vista portentosa, con quel tutto insieme che la rende sì ricercata e vagheggiata. Oh fosse perenne la vita ! dove goderla più felice ? Se non che il poco discosto monumento sepolcrale Visconti che si sta erigendo dall'architetto Clerichetti, ricordano che passano come un lampo i giorni dell'uomo tra i cenci e la porpora, tra le delizie e le miserie."

Spettacolare questa definizione di Cassago del Cantù, che non nasconde il suo stupore per la bellezza del luogo. Le sue esclamazioni meravigliate ricordano quelle di sant'Agostino che 1500 anni prima paragonò Cassago al paradiso. Ma questo progetto di Clerichetti non fu mai portato a termine: forse era in stile neo classico, come è testimoniato da alcuni disegni conservati nell'Archivio Visconti che rivelano la natura di questo progetto.

Probabilmente il cambio di stile fu in parte dovuto al cambio di architetto e in parte condizionato anche dalla chiusura dei cantieri del duomo di Milano: non è da escludere che i Visconti volessero un Sepolcreto che, seppur in dimensioni ridotte, rimandasse alla grandezza e imponenza della cattedrale milanese, con uno stile gotico-internazionale. Il Sepolcreto di Ceruti ha fatto la fortuna di Tremoncino, con tutti quei nasi della gente che passa rivolti all'insù per riuscire a guardare tutta intera la chiesa dal basso fino all'ultima guglia. Sorto come una delle tante tombe di famiglia, così tanto di moda sul finire del secolo scorso, questo Sepolcreto soggioga il passante con quel suo splendido bianco marmo di Carrara, tutto arieggiante con le sue cuspidi e i suoi finestroni ogivali sottili e slanciati verso l'azzurro del cielo con ai piedi i verdi prati di granoturco che hanno sostituto i più nobili vitigni d'un tempo. C'è chi l'ha paragonato al duomo di Milano, di cui richiama di sicuro le linee architettoniche e lo slancio e in un certo modo anche la maestosità. Forse il netto stacco con la natura circostante, che si avverte fin dal primo sguardo, è un effetto voluto dall'architetto che l'ha ideato, nonché dai medesimi committenti, i quali volevano un sepolcreto che di certo non passasse inosservato. L'abilità dei costruttori e degl'ideatori fu tale che ogni singolo elemento rimanda ancora oggi alla grandezza della famiglia Visconti, una sorta di monumento alla memoria delle grandezze passate. Una volta giunti, infatti, nel piazzale antistante l'ingresso, si ha l'impressione che l'edificio sia molto più grande ed imponente, questo per merito dello stupendo accesso che fa capo a un viale prospettico in dolce salita, scandito da una serie di cipressi secolari di grande effetto paesaggistico, che con la loro ombra invitano al raccoglimento spirituale.

Anche i giochi di colori contribuiscono a questa magia, da notare il forte stacco fra il bianco lucente del marmo che si staglia sul cielo azzurro, in netto contrasto con il verde della vegetazione e l'oro del grano che nei campi intorno cresceva. La simmetria è la regola dominante nell'edificio. La pianta ottagonale è certamente singolare: solitamente, infatti, i battisteri hanno tale base, poiché nella simbologia cristiana l'otto, in geometria costituito da due quattro opposti e rovesciati, rimanda alla nascita e all'infinito. In questo caso, invece, tale pianta usata per un Sepolcreto, quindi una casa di morti, può assumere un significato molteplice, che va dall'idea della vita dopo la morte, al fatto che comunque si ha di fronte anche una chiesa con un altare consacrato e tuttora dedito alle funzioni religiose, benché molto rare.

La base di otto, man mano che si sale verso l'alto, si restringe pian piano, fino a culminare in una guglia, che rimanda all'idea che ciò che in cielo è uno (Dio) ed è in comunione con ciò che sulla terra è otto, l'uomo. Due scale simmetriche si dipartono dall'entrata della cripta e conducono al piano superiore. Anche nel numero dei piani l'ambivalenza è forte. In quello inferiore sono posti i sepolcri dei Visconti morti nell'ottocento, mentre nel piano superiore, oltre ad un altare consacrato, si trovano le tombe dei deceduti nel secolo scorso. Sul timpano all'ingresso si osserva il mosaico di uno stemma, con il motto della famiglia Flangar non Flectar, di origine oraziana.

 

Firma autografa di Giovanni Ceruti al progetto del Sepolcreto Visconti di san Salvatore (1883)

Firma autografa di Giovanni Ceruti al progetto del Sepolcreto Visconti (1883)

Lo Stemma

La storia di questo stemma non è nota ma è ancora oggi avvolta nella leggenda. Una prima spiegazione vuole che un antico capostipite dei Visconti abbia partecipato alle crociate. Imbattutosi in un manipolo d'infedeli, egli solo con la forza della sua spada e della fede li sconfisse: come prova del suo coraggio, riportò in patria, come proprio, il loro stemma, imbrattato del sangue dei nemici. Nel medioevo, infatti, si credeva che la forza di un esercito fosse racchiusa negli stendardi sotto cui si batteva. I Visconti decisero di utilizzare tale effige, raffigurante un serpente-drago, come stemma, e in ricordo del loro valoroso avo, inserirono nella bocca del mostro un uomo dalla pelle rossa, che simboleggiava un infedele insanguinato. La fortuna che questa immagine conobbe fu sicuramente legata alla fama dell'antica famiglia Visconti, che furono temuti Vicari imperiali e Signori di Milano, tanto che ancora oggi, sopravvive nei marchi di alcune prestigiose aziende milanesi (l'Inter, l'Alfa Romea, Canale 5) dove ritroviamo chiari rimandi a questa tradizione. Giovanni Ceruti l'architetto di San Salvatore Giovanni Ceruti nacque il 1° ottobre 1842 a Valduggia in località Valpiana. Valduggia è un piccolo centro della Bassa Valsesia, in provincia di Vercelli. All'estremità nord di tale comune si trova la località Valpiana o Valle piana, nota anche con il termine dialettale mansoi. Pochi anni prima della nascita di Giovanni Ceruti, nel 1838, la località Valpiana contava 140 individui, suddivisi in 29 famiglie. Ben presto, però il giovane Ceruti abbandonò la sua città d'origine per trasferirsi a Milano.

Fu uno dei primi studenti a frequentare il Politecnico di Milano, e riuscì ben presto a laurearsi in Ingegneria Civile nel 1867 solo 4 anni dopo la fondazione del prestigioso ateneo (1863). In seguito egli è indicato da alcuni documenti con la qualifica di libero esercente a Milano e infatti fu chiamato a svolgere varie mansioni: sia progetti di alcune opere architettoniche, come quelli eseguiti per il Sepolcreto dei Visconti di Modrone, ma anche alcune consulenze su piani di recupero e restauro di importanti palazzi, come nel caso di un intervento sull'Arengario di Monza, realizzato e progettato con Archimede Sacchi. La prima opera che realizzò sembra sia stato un tipo di padiglione conosciuto come La Bollente di Aqui Terme (1870). Sotto questa edicola sgorgano circa 560 litri di acqua al minuto, ad una temperatura che si aggira intorno ai 75°C, formando in inverno un'affascinante nuvola di vapore. Fa da cornice a questa singolare costruzione architettonica una piccola piazzetta, inquadrata da una breve strada porticata dai modi neoclassici. Giovanni Ceruti architetto e ingegnere morì il 24 maggio del 1907 a Milano, all'età di 65 anni.

 

L'altare neogotico del Sepolcreto di San Salvatore

L'immagine è una riproduzione dello Sposalizio della Vergine dei fratelli Della Rovere, detti i Fiammenghini, Giovanni Mauro e Giovanni Battista, due pittori che operarono nella prima metà del Seicento nell'area di Milano, ove si era stabilito il loro padre, Riccardo, originario di Anversa. In origine a san Salvatore si conservava l'opera autentica.

 

Il Duca Guido Visconti committente del Sepolcreto

Il Duca Guido Visconti

La costruzione del Sepolcreto (1884-87)

L'attuale edificio ha una lunga storia che comincia nel 1836 quando il Duca Guido Visconti di Modrone commissionò all'architetto Clerichetti una tomba di famiglia. Il progetto prevedeva la realizzazione di un edificio neoclassico, ma l'opera non fu mai realizzata. Lo storico Ignazio Cantù nel 1837 ricorda i lavori per questa costruzione attribuendoli ancora all'architetto Clerichetti: "Se non che il poco discosto monumento sepolcrale Visconti che si sta erigendo dall'architetto Clerichetti, ricorda che passano come un lampo i giorni dell'uomo tra cenci e la porpora, tra le delizie e le miserie"(I. CANTÙ, Guida per la Brianza e per le terre circonvicine, Milano, S. Bavetta, 1837, p. 135). E' probabile che la chiusura ai fedeli della chiesa e le successive proteste del parroco Castelli circa l'attribuzione delle elemosine nel 1839 siano da ricercare proprio nell'avvio dei lavori per la costruzione di una nuova chiesa dove la Famiglia dei Visconti nel ramo Modroni intendeva conservare i resti dei propri avi. La fabbrica dell'edificio sacro deve avere conosciuto qualche traversia che non conosciamo tanto che la realizzazione finale tardò di 50 anni e fu completamente riprogettata dall'architetto Giovanni Ceruti che lo ideò tra il 1884 e il 1887. Di sicuro nel 1890 era già concluso, perché nel novembre di quell'anno, la tomba di famiglia fu ufficialmente benedetta su autorizzazione dell'arcivescovo di Milano, Luigi Nazari di Calabiana (Archivio della Parrocchia di Cassago, cart. 1).

La volontà dei Visconti di costruire un sepolcreto di famiglia a Tremoncino è già evidente nel primo Ottocento, forse come reazione agli editti napoleonici che vietavano la sepoltura dei cadaveri nelle chiese di città o di paese ed esigevano la inumazione dei cadaveri fuori dal perimetro urbano. Già nei primi decenni di quel secolo la chiesetta di san Salvatore era probabilmente utilizzata per la sepoltura dei Visconti che la avevano resa di fatto un sepolcreto di famiglia, che doveva essere salvaguardato dall'accesso indiscriminato dei fedeli. A questo proposito una memoria conservata nella Busta 12 dei Giuspatronati e benefici per Cassago (Archivio Storico dell'Università Cattolica di Milano), riporta un passo significativo delle ultime volontà del Duca Carlo Visconti di Modrone (1775-1836): "Col testamento 30 ottobre 1833 il Duca Carlo Visconti di Modrone disponeva dei propri beni e fra le varie volontà al cap. 2 dice: desidero di essere trasportato a S. Salvatore presso Cassago prov. di Como dove riposa una parte di miei parenti."

Tale disposizione fu poi rispettata, perché una volta terminata la costruzione del sepolcreto di famiglia, anche il suo corpo vi fu traslato su iniziativa dell'industre Marchesa Giovanna Gropallo (1870-1941), la quale appose anche una lapide commemorativa dedicata all'illustre avo, in cui ne ricorda le straordinarie doti: "Carlo Duca Visconti di Modrone / al favore di illustre fortuna / intelligenza de' tempi ed animo liberale / consociando / le agricole e le cittadine industrie / efficacemente promosse / alle necessità de' privati / con larghezze multiformi soccorse."

 

La Consacrazione e la Benedizione

Il Sepolcreto fu ufficialmente consacrato a novembre del 1890: l'autorizzazione venne concessa direttamente dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Luigi Nazari di Calabiana (Archivio della parrocchia di Cassago, cart. 1) con un suo dispaccio datato 29 ottobre. Ne conosciamo il testo che autorizzava don Giuseppe Calvi, Canonico della Metropolitana, a impartire la benedizione. Lo stesso testo accenna alla storia della chiesa e dei suoi rapporti con la Casa Ducale:

"Aloisius Nazari a Calabiana dei et apostolicae sedis gratia sanctae Mediolanensis metropolitanae ecclesiae archiepiscopus Dilecto in Cristo Illustrissimo et Reverendissimus Presbyter DD. Iosepho Calvi Canonicus Praepositus Nostrae Metropolitanae Ecclesiae Capituli in Domino salutem. Precibus ab Illustrissima Famiglia cui nomen Visconti di Modrone Nobis parrectis benigne annuentes praesentium tenore delegamus, ut sacellum cum Altare ad Missam sacram faciendam ad usum per illustris eiusdem Familiare ipsius impensis in Parochia Cassagi plebis Missaliae nuper erecta nec non subiectum sepulcratum visites et inspicias, et si ibi omnia ad praescriptum Synodalium ordinationum disposta reperirsi, coemeterium, sacellum et altare sacra munias benedictione. Eo vero monemus ut in dictis benedictionibus omnes situs et coeremonias servas uti in Pontificali Romano praescribuntur in benedictione vero supradicti sacelli aquam episcopalem adhibeas. Datum Mediolani ex Palatio Archiep. Die 29 oct. 1890."