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Estasi di Ostia
FRANZ JOACHIM BEICH
1730-1731
Monaco, Alte Pinakothek
Estasi di Ostia
L'opera è conservata nella collezione di pittura dello Stato bavarese e raffigura la scena dell'estasi di Ostia che Agostino racconta nel IX libro delle Confessioni. A forma di semicerchio, il quadro misura alla base ben 283 cm. e 156 in altezza.
L'autore ha ambientato la scena in un paesaggio ricco di antichità: Agostino e Monica indossano entrambi la tunica nera dei monaci di regola agostiniana e sono in piedi su una terrazza vicino ad una balaustra con gli occhi e lo sguardo rivolti verso l'alto. A destra una monumentale architettura romana campeggia su uno sfondo che si perde fino all'orizzonte esaltando le qualità artistiche di Beich. Una vasta rada marina completa il panorama dove sono alla fonda diverse navi in attesa di partire per altri porti.
10.23. Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita - e tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c'eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione. Conversavamo dunque assai dolcemente noi due soli, e dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti ragionavamo fra noi, alla presenza della verità - vale a dire alla tua presenza. L'argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell'uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all'altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa.
- 24. E il nostro ragionamento ci portava a questa conclusione: che la gioia dei sensi e del corpo, per quanto vivida sia in tutto lo splendore della luce visibile, di fronte alla festa di quella vita non solo non reggesse il confronto, ma non paresse neppur degna d'esser menzionata. Allora in un impeto più appassionato ci sollevammo verso l'Essere stesso attraversando di grado in grado tutto il mondo dei corpi e il cielo stesso con le luci del sole e della luna e delle stelle sopra la terra. E ascendevamo ancora entro noi stessi ragionando e discorrendo e ammirando le tue opere, e arrivammo così alle nostre menti e passammo oltre, per raggiungere infine quel paese della ricchezza inesauribile dove in eterno tu pascoli Israele sui prati della verità. Là è vita la sapienza per cui sono fatte tutte le cose, quelle di ora, del passato e del futuro - la sapienza che pure non si fa, ma è: così come era e così sarà sempre. Anzi l'essere stato e l'essere venturo non sono in lei, ma solo l'essere, dato che è eterna: infatti essere stato ed essere venturo non sono eterni. Mentre così parliamo, assetati di lei, eccola... in un lampo del cuore, un barbaglio di lei. E già era tempo di sospirare e abbandonare lì le primizie dello spirito e far ritorno allo strepito della nostra bocca, dove la parola comincia e finisce. E cosa c'è di simile alla tua Parola, al Signore nostro, che perdura in se stessa senza diventare vecchia e rinnova ogni cosa?
- 25. "Se calasse il silenzio, in un uomo, sopra le insurrezioni della carne, silenzio sulle fantasticherie della terra e dell'acqua e dell'aria, silenzio dei sogni e delle rivelazioni della fantasia, di ogni linguaggio e di ogni segno, silenzio assoluto di ogni cosa che si produce per svanire" - così ragionavamo - "perché ad ascoltarle, tutte queste cose dicono: 'Non ci siamo fatte da sole, ma ci ha fatte chi permane in eterno'; se detto questo dunque drizzassero le orecchie verso il loro autore, e facessero silenzio, e lui stesso parlasse non più per bocca loro, ma per sé: e noi udissimo la sua parola senza l'aiuto di lingue di carne o di voci d'angelo o di tuono o d'enigma e di similitudine, no, ma lui stesso, lui che amiamo in tutte queste cose potessimo udire, senza di loro, come or ora con un pensiero proteso e furtivo noi abbiamo sfiorato la sapienza eterna immobile sopra ogni cosa: se questo contatto perdurasse e la vista fosse sgombrata di tutte le altre visioni di genere inferiore e questa sola rapisse e assorbisse e sprofondasse nell'intima beatitudine il suo spettatore, e tale fosse la vita eterna quale è stato quell'attimo di intelligenza per cui stavamo sospirando: non sarebbe finalmente questa la ventura racchiusa in quell'invito, entra nella gioia del tuo signore? E quando? Forse quando tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati ?"
AGOSTINO, Confessioni, 9, 10, 23-25
Franz Joachim Beich
Franz Joachim Beich nacque a Ravensburg nel 1666. Figlio di Daniel Beich, un pittore di scarsa fama, dal padre ricevette la sua prima preparazione alla pittura. Le sue opere prediligono i temi paesaggistici e le battaglie. Le sue opere migliori furono commissionate dall'Elettore di Baviera, di cui fu al cui servizio per diversi anni. Tra queste opere ci sono diversi grandi dipinti che riproducono le battaglie combattute in Ungheria dall'Elettore Massimiliano Emanuele. Visitò l'Italia e realizzò molti disegni delle splendide vedute di questo paese. I suoi paesaggi mostrano scenari molto piacevoli e nella loro impostazione sembra che abbia imitato lo stile di buon gusto di Gaspar Poussin.
Beich morì a Monaco ormai anziano nel 1748. Alla Galleria di Vienna si trovano due sue opere, mentre alla Galleria di Monaco ne sono conservate quattro. Quest'ultima galleria possiede anche il suo ritratto di Des Marées dipinto nel 1744, quando aveva 78 anni. Come incisore ha prodotto diverse notevoli stampe: si conoscono quattro serie di suoi paesaggi, con figure ed edifici per un totale di ventisei tavole.